I 7 motivi per cui non riesci a stare a dieta

da | Apr 17, 2023 | Alimentazione

Parti convinta, ti organizzi, decidi che questa volta andrà diversamente. Poi qualcosa cambia: una cena fuori, una giornata pesante, un alimento che avevi deciso di eliminare. E la conclusione arriva prima ancora di capire cosa sia successo: «Non riesco a stare a dieta, non ho abbastanza forza di volontà».

Ma siamo sicuri che sia questa la spiegazione? Qui vediamo sette meccanismi psicologici che possono complicare il rapporto con un percorso alimentare. Non sono le sette cause valide per chiunque, né un test per capire se hai un disturbo. E non sostituiscono una valutazione nutrizionale: anche l’adeguatezza del piano che stai seguendo va discussa con il professionista che se ne occupa.

Stare a dieta fra divieti, ripartenze e rinunce

1. Il divieto occupa tutti i pensieri. Ti prometti che un certo alimento non entrerà più in casa. Da quel momento, però, controlli se c’è, se ti va, se riuscirai a resistere. Il tentativo di tenerlo lontano finisce per tenerlo molto presente. Non accade sempre, ma quando succede aggiungere un altro divieto può rendere la giornata ancora più faticosa.

Non significa ignorare un’indicazione medica o un’allergia. Significa distinguere una necessità di salute dalle regole che aggiungi per paura di perdere il controllo. Se dietro ogni scelta senti l’allarme del peso, può essere utile riconoscere quanto spazio stia prendendo la paura di ingrassare.

2. Ogni imprevisto azzera il percorso. Non hai seguito una regola e ti sembra di aver rovinato tutto. Quello che è successo a pranzo diventa una sentenza sull’intera settimana. La ripartenza promette di cancellare l’errore, ma ti impedisce di capire quale difficoltà hai incontrato. È un passaggio che approfondisco nell’articolo sulla frase «domani mi metto a dieta».

3. Per non trasgredire, inizi a rinunciare alle occasioni. Declini una cena, poi un compleanno, poi l’aperitivo con un’amica. Sul momento ti risparmi l’incertezza di cosa mangerai. Col tempo, però, organizzare tutto intorno alle regole alimentari può togliere spazio a relazioni e piaceri. Non è necessario liquidare questa fatica con «basta organizzarsi»: merita di essere ascoltata, anche insieme a chi segue la tua alimentazione.

Quando il pasto diventa una prova da superare

4. Dopo esserti trattenuta, ti ribelli alle regole. «Sono stata attenta tutto il giorno, adesso basta». Può esserci stanchezza, fame, rabbia per tutte le rinunce. Leggere quel momento soltanto come mancanza di disciplina lascia fuori una parte importante della storia: come ci sei arrivata? Aggiungere severità il giorno dopo rischia di riproporre proprio le condizioni da cui volevi uscire.

Nel mio lavoro, prima di fermarmi a ciò che una persona ha mangiato, cerco di capire che cosa è successo prima. Una giornata senza pause? Un bisogno rimandato? Il cibo può diventare un modo per trovare sollievo, non soltanto qualcosa a cui resistere. Se ti riconosci soprattutto in questo passaggio, ne parlo nell’articolo su cosa succede quando mangi per il nervoso.

5. Il movimento diventa un debito da saldare. Non ti chiedi più se ti va di fare attività fisica, ma quanto devi fare per compensare quello che hai mangiato. E se non puoi allenarti arriva la colpa. Il problema, qui, è il significato che il movimento ha assunto: una punizione o il permesso necessario per mangiare.

Una logica simile può comparire nel controllo del peso corporeo, quando un numero decide come ti puoi sentire per il resto della giornata. Vale la pena parlarne senza aspettare di essere «abbastanza in difficoltà».

Compensare e delegare: due tentativi da guardare meglio

6. Cerchi di annullare quello che hai mangiato. Digiuni prolungati, vomito autoindotto e uso improprio di lassativi non sono modi sicuri per rimediare a un pasto. Sono comportamenti da prendere sul serio, che possono avere conseguenze sulla salute. Se ti stanno succedendo, parlane con un medico e con un professionista esperto di disturbi dell’alimentazione: può servire una presa in carico multidisciplinare.

Non te lo dico per spaventarti o per assegnarti un’etichetta. La sensazione di aver mangiato «male» non è qualcosa da correggere facendoti del male. E chiedere aiuto non richiede di dimostrare che la situazione sia ormai grave. Questo punto è diverso dalle comuni difficoltà a seguire un programma: non va affrontato aggiungendo un consiglio trovato online.

7. Aspetti una soluzione che faccia tutto al posto tuo. La promessa di non dover più pensare al cibo può essere molto attraente quando sei stanca di provarci. Il rischio è affidarti a promesse miracolose che lasciano intatte le regole, le paure e il senso di colpa con cui vivi i pasti.

Questo non significa svalutare farmaci, interventi o percorsi nutrizionali indicati da professionisti qualificati. Farsi curare non è delegare la propria responsabilità. Il lavoro psicologico può affiancare altre cure quando è utile; non le sostituisce e non autorizza a modificarle da sola.

Da quale tentativo puoi cominciare?

Forse ti sei riconosciuta in un punto, forse in più di uno. Non trasformare anche questa lettura in un elenco di difetti da sistemare. Puoi partire da una situazione recente e chiederti: «Che cosa stavo cercando di ottenere con quella regola? E che cosa è successo dopo?». Osservare un passaggio è diverso dal sorvegliare ogni boccone.

Questa attenzione alle soluzioni che possono mantenere una difficoltà appartiene alla prospettiva strategica. Sul rapporto con dieta e controllo, un riferimento che utilizzo è La dieta paradossale di Giorgio Nardone (2007). È una chiave di lettura psicologica, non un piano alimentare e nemmeno la prova che ogni dieta sia destinata a fallire.

Se hai un piano prescritto, porta le difficoltà al professionista che lo ha preparato. Nel mio lavoro di psicoterapia breve, invece, possiamo esplorare la rigidità, il senso di colpa e i tentativi di controllo che rendono faticoso il rapporto con il cibo, valutando anche l’eventuale necessità di altri professionisti.

L’obiettivo non è renderti più brava a resistere o prometterti un certo peso. È capire dove il tentativo di stare a dieta si trasforma in una lotta, e quali risposte diverse possiamo costruire a partire dalla tua situazione.

L'autrice

Sono Beatrice Pavoni, psicologa e psicoterapeuta specializzata nelle Terapie Brevi e nella Terapia a Seduta Singola. Aiuto adulti che vivono ansia, attacchi di panico, rimuginio, bisogno di controllo e difficoltà nel rapporto con il cibo, con un approccio pratico, focalizzato e costruito sulla persona. Ricevo online e in studio a Roma.

Dal primo incontro si lavora già su qualcosa di utile: capire il meccanismo, individuare il punto da cui partire, trovare una direzione praticabile.
Scrivimi per una call conoscitiva: capiamo dove sei, dove vuoi andare e quale formato di lavoro ti calza meglio.

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Disclaimer

Le informazioni contenute in questo articolo sono generali e non sostituiscono una valutazione individuale. Ogni percorso richiede obiettivi e tempi personalizzati e la terapia va calzata sulle esigenze specifiche della persona. Se ciò che stai vivendo interferisce in modo significativo con la tua vita, rivolgiti a un professionista (psicologo/psicoterapeuta) per un percorso personalizzato e mirato.

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