Ansia da errore sul lavoro: quando la paura di sbagliare blocca

da | Ott 7, 2025 | Ansia

Ci sono giornate in cui il pensiero di una riunione, di una mail inviata o di una decisione presa senza consultare nessuno pesa più del lavoro stesso. Rileggi, cerchi conferme, rimandi. E anche quando non trovi niente da correggere, resta il dubbio: e se mi fosse sfuggito qualcosa? L’ansia da errore sul lavoro può funzionare così: non ti chiede soltanto di fare attenzione, ma di ottenere una certezza che nessun controllo sembra riuscire a darti.

Quando sbagliare sembra dire qualcosa sul tuo valore

Tenere al proprio lavoro non è un problema. Ci sono responsabilità, scadenze, persone che contano su ciò che fai. Il passaggio faticoso arriva quando un possibile errore non riguarda più un’attività, ma diventa un giudizio su di te: se sbaglio, vuol dire che non sono capace. A quel punto non stai più verificando solo un documento. Stai cercando di verificare quanto vali.

Può essere uno dei modi in cui si esprime il bisogno di perfezione: fare bene non basta, perché il risultato dovrebbe proteggerti anche dalle critiche e dai dubbi. Ma nemmeno un lavoro accurato può garantire che tutti saranno soddisfatti, o che tu ti sentirai finalmente all’altezza.

Non c’è un’unica storia dietro questo meccanismo. Possono pesare esperienze precedenti, aspettative personali e condizioni attuali. Un ambiente che umilia chi sbaglia, carichi eccessivi o consegne contraddittorie non sono dettagli da liquidare dicendoti di essere meno ansiosa. Il contesto va guardato, non cancellato.

Se la paura di sbagliare compare anche nelle scelte di tutti i giorni, il lavoro può essere uno dei luoghi in cui diventa più visibile. Qui proviamo a tenere distinti due piani: ciò che il compito richiede davvero e ciò che chiedi alla prestazione per sentirti al sicuro. Non sempre coincidono, e accorgertene può già cambiare la domanda da cui partire.

Il controllo che rassicura, ma non finisce mai

Immagina una mail ordinaria: hai verificato destinatario, allegato e informazioni. Poi la riapri perché non ti senti tranquilla. La rileggi, chiedi a una collega se il tono va bene, cambi due parole. Per qualche minuto il dubbio si abbassa; subito dopo, però, torna. Non è più emerso un dato nuovo. È tornato il bisogno di sentirti sicura.

Nel materiale del Brief Therapy Center sul modello MRI, legato agli autori della tradizione strategica che uso nel mio lavoro, l’attenzione va anche ai tentativi di soluzione. Una risposta comprensibile può diventare parte di ciò che mantiene una difficoltà. È una chiave di lettura, non la spiegazione di ogni forma di ansia.

In questo caso, la distinzione è fra controllare il lavoro e controllare la paura. Il primo controllo cerca un’informazione precisa; il secondo vorrebbe cancellare ogni dubbio. Se il criterio per fermarti è “quando sarò tranquilla”, la revisione rischia di non finire. E nel frattempo la consegna si avvicina, aggiungendo altra pressione.

Per qualcuno il tentativo di evitare errori diventa rinvio: è il legame fra perfezionismo e procrastinazione. Per altri prende la forma di un blocco creativo legato alla perfezione, perché ogni idea viene bocciata prima di essere sviluppata. Questo non significa eliminare i controlli: procedure di sicurezza, verifiche tecniche e obblighi professionali vanno rispettati. Il punto è riconoscere le ripetizioni aggiunte per calmare il dubbio, non rinunciare all’accuratezza necessaria.

Hai commesso un errore: che cosa serve adesso?

A volte l’errore c’è davvero. Negarlo, o ripetersi che è sempre un’occasione di crescita, non aiuta a gestirlo. Può avere conseguenze spiacevoli, richiedere una comunicazione tempestiva, una correzione o l’intervento di qualcuno con responsabilità specifiche. Prima viene ciò che serve alla situazione, non l’obbligo di trovare subito un lato positivo.

Prova a distinguere il fatto, l’azione necessaria e il giudizio su di te. Il fatto può essere un dato sbagliato; l’azione, segnalarlo e correggerlo secondo le procedure previste. “Sono un disastro”, invece, non aggiunge un’informazione utile alla soluzione. Può sembrare un modo per prenderti sul serio, ma intanto ti tiene impegnata a processare te stessa.

Anche la responsabilità ha un perimetro. Che cosa dipendeva da te? Quali informazioni mancavano? Le istruzioni erano chiare? Capirlo non serve a cercare un colpevole diverso, ma a evitare che la risposta sia sempre “la prossima volta controllerò tutto ancora di più”. Potrebbe servire, invece, una procedura più chiara o una richiesta di supporto.

Il principio fatto è meglio che perfetto ha senso per uscire dalle rifiniture infinite, non per giustificare lavori rischiosi o approssimativi. Una bozza discutibile si può migliorare; un controllo di sicurezza non diventa facoltativo perché genera ansia. Essere meno punitiva con te stessa e rispondere seriamente di ciò che fai possono stare nella stessa frase. Non devi scegliere fra le due cose.

Fare spazio a un modo diverso di lavorare

Da dove cominciare, allora? Da un’attività circoscritta e a basso rischio, non dall’intera settimana lavorativa. Chiarisci che cosa significa completarla bene: quali verifiche richiede, chi deve eventualmente approvarla, quando va consegnata. Se non è chiaro, chiedere un criterio al responsabile è diverso dal chiedere per la quinta volta se sei stata abbastanza brava.

Puoi usare degli obiettivi settimanali per osservare un cambiamento preciso: rispettare una consegna con le verifiche concordate, per esempio, senza riaprire il lavoro già approvato soltanto per rassicurarti. L’obiettivo non è “sentirmi sempre sicura”. Quello assomiglia più a una richiesta di infallibilità, e abbiamo già visto quanto lavoro extra comporta.

Nel mio lavoro incontro spesso persone responsabili che cercano di prevenire ogni possibile errore. Guardiamo insieme che cosa accade prima del controllo, che sollievo dà e quanto dura. Cerchiamo anche i momenti in cui riescono a procedere senza avere ogni risposta: non per negare la fatica, ma per riconoscere risorse che sotto pressione diventano difficili da vedere.

Se questa paura occupa le serate, compromette il sonno o ti porta a evitare attività importanti, chiedere una valutazione può aiutarti a orientarti. Non occorre aspettare di non riuscire più a lavorare. Il cambiamento non consiste nel diventare una persona a cui non importa sbagliare, ma nel poter fare il proprio lavoro senza dover dimostrare, a ogni passaggio, di meritare il posto che occupa.

L'autrice

Sono Beatrice Pavoni, psicologa e psicoterapeuta specializzata nelle Terapie Brevi e nella Terapia a Seduta Singola. Aiuto adulti che vivono ansia, attacchi di panico, rimuginio, bisogno di controllo e difficoltà nel rapporto con il cibo, con un approccio concreto, focalizzato e costruito sulla persona. Ricevo online e in studio a Roma.

Dal primo incontro si lavora già su qualcosa di utile: capire il meccanismo, individuare il punto da cui partire, trovare una direzione praticabile.
Scrivimi per una call conoscitiva: capiamo dove sei, dove vuoi andare e quale formato di lavoro ti calza meglio.

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Disclaimer

Le informazioni contenute in questo articolo sono generali e non sostituiscono una valutazione individuale. Ogni percorso richiede obiettivi e tempi personalizzati e la terapia va calzata sulle esigenze specifiche della persona. Se ciò che stai vivendo interferisce in modo significativo con la tua vita, rivolgiti a un professionista (psicologo/psicoterapeuta) per un percorso personalizzato e mirato.

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