Ci sono frasi che sembrano semplici, quasi sbrigative, ma che racchiudono un mondo intero. “Fatto è meglio che perfetto” è una di queste. All’apparenza può sembrare una scusa per fare le cose in modo approssimativo, una giustificazione per abbassare l’asticella. E invece, se ci fermiamo ad ascoltarla davvero, ci accorgiamo che ha una forza sovversiva e liberatoria. È una frase che sfida il mito della perfezione e invita a ripensare profondamente il modo in cui affrontiamo i nostri obiettivi, le nostre giornate, persino il nostro rapporto con noi stessi.
Viviamo in un tempo che celebra la performance, in cui il perfezionismo viene spesso mascherato da virtù. Chi non vorrebbe fare le cose nel miglior modo possibile? Chi non vorrebbe sentirsi sempre all’altezza, impeccabile, apprezzato, stimato? Ma c’è un punto, sottile ma determinante, in cui il desiderio di fare bene si trasforma in un ostacolo. In una paralisi. In una continua procrastinazione in attesa del momento giusto, delle condizioni ideali, della versione migliore di sé.
Il problema è che quel momento non arriva mai. O, se arriva, è già passato mentre eravamo impegnati a preparare tutto perché fosse perfetto. E nel frattempo, la vita passa. Le occasioni si sfilacciano, le idee restano nel cassetto, i desideri diventano rimpianti.
Il perfezionismo: quando il meglio diventa nemico del bene
In terapia incontro spesso persone brillanti, capaci, sensibili, che rimandano all’infinito un progetto, un cambiamento, una decisione. Quando esploriamo insieme i motivi per cui faticano a partire, a scegliere, a esporsi, emerge spesso una paura profonda: quella di sbagliare. Quella di non essere abbastanza. Quella di deludere le aspettative, proprie o altrui.
C’è chi continua a rivedere un curriculum senza mai inviarlo. Chi sogna da anni di cambiare lavoro ma aspetta di sentirsi sicuro al cento per cento. Chi vorrebbe scrivere un libro ma non riesce nemmeno ad aprire il file. Chi desidera esprimersi, ma si frena per paura di non essere all’altezza.
Il perfezionismo, quando prende il sopravvento, non è più una spinta evolutiva. Diventa una trappola. E porta con sé una serie di conseguenze sottili ma molto impattanti: si inizia a procrastinare in modo cronico, rimandando ciò che si desidera davvero; si sviluppa un senso costante di inadeguatezza, come se non si fosse mai abbastanza pronti o capaci; cresce un giudizio ipercritico verso sé stessi, che soffoca l’iniziativa; si fatica a concludere ciò che si inizia, perché si entra in un loop di revisioni infinite; e spesso, anche quando si raggiunge un traguardo, non si riesce nemmeno a goderne.
Il perfezionismo è il tentativo di tenere tutto sotto controllo. Ma la vita non è controllabile. La vita è piena di incognite, di imprevisti, di imperfezioni. E cercare di farla rientrare in uno schema perfetto è come voler imbrigliare il vento: uno sforzo enorme, destinato a fallire.
Il mito del “giusto momento”
Una delle illusioni più comuni legate al perfezionismo è quella del “momento giusto”. Molte persone rimandano perché aspettano di sentirsi pronte. Pronte emotivamente, economicamente, mentalmente. Aspettano di avere più tempo, più energia, più chiarezza. Ma spesso, dietro questa attesa, si nasconde la paura. Paura di iniziare e poi fallire. Paura di essere giudicati. Paura di scoprire che non si è capaci quanto si sperava.
La verità è che la prontezza assoluta non esiste. Esiste la volontà di mettersi in cammino, anche con le scarpe slacciate. Esiste la possibilità di iniziare, pur con il timore addosso. Esiste la forza di accettare che si può sbagliare… e continuare comunque.
Il valore dell’azione imperfetta
“Fatto è meglio che perfetto” non significa accontentarsi. Significa agire. Significa scegliere il movimento invece della paralisi. Significa accettare che qualcosa fatto oggi, con i mezzi che abbiamo, è più utile e trasformativo di qualcosa immaginato all’infinito ma mai realizzato.
In Terapia Breve, spesso lavoro con le persone per identificare piccoli obiettivi settimanali. Non devono essere eclatanti. Devono essere praticabili. Un passo, anche minuscolo, in direzione del cambiamento desiderato. Perché è attraverso l’azione che si costruisce il cambiamento, non attraverso la riflessione infinita.
Agire in modo imperfetto allena al coraggio. Allena alla fiducia in sé. Allena a vivere nel mondo reale, dove le cose non sono mai esattamente come nei nostri pensieri, ma sono comunque degne, preziose, trasformabili.
Imparare a sbagliare (e a non vergognartene)
Uno degli ostacoli maggiori che alimentano il perfezionismo è la vergogna. La vergogna di sbagliare. Di fallire. Di non essere abbastanza brillanti, belli, bravi. Ma sbagliare è una parte inevitabile del vivere. Non solo: è una parte necessaria dell’apprendere.
Ogni cosa che impariamo – dalla lingua che parliamo alla capacità di stare in relazione – l’abbiamo imparata per tentativi. Abbiamo inciampato, ci siamo confusi, abbiamo provato e riprovato. Se non ci fosse stato lo spazio per l’errore, oggi non saremmo in grado di fare nulla.
Eppure, crescendo, molti di noi hanno interiorizzato l’idea che l’errore sia un fallimento. Che sbagliare significhi valere meno. Che l’imperfezione sia qualcosa da nascondere. In realtà, l’imperfezione è il luogo dove abita la nostra umanità. È nella vulnerabilità che si costruiscono le relazioni autentiche. È nella caduta che impariamo la resilienza. È nell’incertezza che scopriamo nuove possibilità.
L’effetto liberatorio del “buono abbastanza”
Esiste un concetto che può essere molto utile nel contrastare il perfezionismo: quello del “buono abbastanza” (good enough). Coniato originariamente dallo psicoanalista Donald Winnicott per descrivere la figura del “genitore sufficientemente buono”, oggi questo concetto si è ampliato per descrivere una modalità di stare nel mondo più gentile, più realistica, più umana.
Fare qualcosa “abbastanza bene” non significa essere mediocri. Significa scegliere di non lasciarsi inghiottire dalla spirale del controllo. Significa fidarsi del fatto che, anche se non tutto è perfetto, può comunque funzionare. E, soprattutto, che può farci stare bene.
Piccoli passi per chi vuole iniziare a liberarsi dal perfezionismo
Se ti riconosci in molte delle cose che hai letto fin qui, forse ti stai chiedendo da dove iniziare. Come si fa, concretamente, a lasciar andare il perfezionismo?
Ecco alcune direzioni utili:
- Scegli una cosa da fare “male” di proposito. Potrebbe essere qualcosa di semplice, come mandare un messaggio senza rileggerlo dieci volte, o pubblicare un post senza aspettare che sia perfetto. Fallo per vedere cosa accade… e per scoprire che il mondo non crolla.
- Chiediti cosa ti impedisce di iniziare. Quali paure, quali aspettative, quali giudizi ti bloccano? Dare loro un nome è già un primo passo per ridimensionarli.
- Scrivi una lista delle cose che hai rimandato. E chiediti, per ciascuna: “Cos’è che potrei fare oggi, anche in modo imperfetto, per avvicinarmi?”
- Parla con qualcuno di fidato. A volte condividere i propri blocchi con chi ci vuole bene aiuta a normalizzarli. A scoprire che non siamo soli. E che si può fare pace con le proprie fragilità.
- Fatti aiutare. Se il perfezionismo ti impedisce di vivere serenamente, se ti crea ansia, blocchi o sofferenze, parlarne con uno psicologo può aiutarti a trovare nuovi modi di affrontare le cose. Anche una singola seduta può offrire uno spunto concreto per sbloccarti.
In conclusione
“Fatto è meglio che perfetto” non è una frase per pigri. È una frase per chi è pronto a scegliere la vita, anche quando non è perfetta. Per chi vuole smettere di aspettare di essere “abbastanza” e iniziare a muoversi. Per chi ha capito che la perfezione non è sinonimo di valore.
Nella vita non si vince facendo tutto alla perfezione. Si vince partecipando, provando, sbagliando, ricominciando. Si vince quando si sceglie di esserci. E spesso, esserci davvero… è già perfetto così.
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